L’estate in un vasetto di marmellata

L’arrivo dell’estate porta con sé diversi profumi e tra questi c’è quello della marmellata che cuoce sul fornello. È un rito che si consuma ogni volta, quando arriva la bella stagione la cucina si riempe di frutta. Ciliegie, fragole, pesche, amarene, albicocche e poi i fichi, pronti per trasformarsi nella più golosa delle ricette.

In molte famiglie, come la mia, la marmellata è una tradizione. Tre, quattro persone sedute al tavolo a tagliare la frutta, mentre il più esperto misura le dosi di zucchero e acqua necessari per la cottura. Nel frattempo si chiacchiera, a volte nascono piccole discussioni, si prepara un caffè fino a che non arriva il momento di versare il composto nei vasetti. Mentre si tiene tra le mani il vetro caldo già si pregusta la marmellata sul pane o come farcitura di una bella crostata, e le facce di parenti ed amici sorridenti per il piccolo dono.

Certamente tutto questo potrebbe essere sostituito da un vasetto di marmellata acquistato al supermercato, più veloce e pratico. Nulla però supera la magia, oltre la bontà, di una marmellata casalinga. Purtroppo non sempre è così, ci sono marmellate casarecce che nessuno dovrebbe avvicinare alle proprie labbra! Sbagliare è umano, forse la prossima volta è meglio controllare le dosi e stare attenti alla cottura, la fase più delicata dell’intero processo. La mia ricetta? Segreto di famiglia, da tramandare gelosamente di generazione in generazione.

Non sono sicura che il motto “la felicità sta nelle piccole cose” sia del tutto vero, ma forse trovare della marmellata fatta con le proprie mani sul tavolo in un mattino d’inverno si avvicina alla felicità. I ricordi si fanno vivi, il cielo d’estate sembra prendere il posto del grigiore invernale e un sorriso illumina il viso.

Il diritto alla felicità

Abbiamo tutti diritto alla felicità? Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti si legge:  “Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità”.

Soffermandomi sulle parole “la ricerca della felicità” mi sono chiesta se effettivamente sto cercando la mia personale felicità e se tutti abbiamo diritto a trovare il nostro angolo di paradiso. Io non parlo di un diritto semplicemente scritto sulla carta, bensì di una possibilità reale. Per fare in modo che ciò avvenga dovrebbero essere eliminati o almeno ridotti gli ostacoli di ordine economico e sociale, in poche parole servirebbe una società più equa e giusta. Da questa prospettiva la felicità è legata al denaro, alle possibilità economiche ed alle posizioni lavorative, nulla di spirituale insomma.

Cos’è la felicità? È la possibilità di spendere in quello che ci piace oppure ottenere il lavoro dei nostri sogni? Avere una famiglia o ritirarsi su un’isola deserta? Credo sia impossibile definire la felicità, può essere tutto ed il contrario di tutto, sempre se ci stacchiamo dalla vita preconfezionata che ci vogliono vendere. In questo contesto non mi interessano parametrici economici che indicano un nesso tra PIL pro capite e felicità, io parlo della libertà di essere noi stessi. A volte sono convinta che quello che sto rincorrendo non sia la mia personale ricetta della felicità ma quello che è ritenuto tale, si confondono i propri desideri con quelli degli altri. Aneliamo tutti alla felicità ma spesso pensiamo di non meritarla e mettiamo da parte la parte più autentica di noi stessi insieme a tutti i nostri sogni.

La prova costume

L’estate si avvicina e ovunque si trovano consigli su come tornare in forma, avere un corpo da bikini ( che poi qual è? ) e superare la prova più importante della vita: la prova costume. Come apparirà la nostra silhouette in costume intero o in due pezzi potrà far salire la nostra autostima o farla precipitare inesorabilmente.

La percezione che abbiamo di noi stessi e la nostra sicurezza possono essere messe in discussione da un semplice capo d’abbigliamento? La domanda sembra esagerata ma a ben pensarci la vestibilità di un cappotto non procura la stessa dose di ansia di un costume da bagno. Quei miseri pezzi di poliestere e nylon sono in grado di mettere a dura prova la nostra sanità mentale, proviamo nuove diete, la nuova scheda fitness miracolosa, la crema anticellulite bionica ed altre stranezze pur di sembrare in forma o almeno decenti.

Ammetto che sarebbe davvero ipocrita sostenere che non si voglia apparire in un certo modo, sopratutto quando non puoi camuffarti dentro un maglione, il segreto forse è cambiare approccio. Non c’è un corpo da bikini e non c’è nessuna prova costume, in spiaggia non ci sono giudici che danno voti o buttafuori che vietano l’ingresso ai non muniti di addome scolpito e cosce snelle.

Proviamo a cambiare significato a questi termini:

  • Superare la prova costume è superare la paura di indossarlo! Dare una possibilità a noi stessi di divertirsi al mare o in piscina a prescindere dalla forma fisica potrebbe essere una piccola rivoluzione. Facile dirai tu, no per niente, ma forse dovremmo imparare a vivere ogni attimo appieno perché nessuno ci restituisce i momenti persi.
  • Il corpo da bikini è il corpo con cui stiamo bene, a nostro agio. Gli standard proposti dai media e dalla moda sono spesso irraggiungibili, ma in quale corpo ci sentiamo in forma? Bada bene che per “in forma” intendo un corpo forte, scattante ed in salute, tutte cose che con la perfezione non hanno nessuna attinenza.

Qualcuno potrebbe accusarmi di buonismo, di vedere il mondo tinto di rosa…la realtà spicciola è che io come molte donne vorrei avere un corpo stile modella di Victoria’s Secret, purtroppo non c’è nessuna dieta magica o attività fisica che faccia il miracolo. Accettarsi è l’unico modo per vivere bene, questo non significa non migliorarsi ma la genetica non è un optional.

Piccolo promemoria: quest’estate nessun esame, nessuna prova, solo i raggi del sole e l’acqua salata sulla pelle.

 

 

 

Fashion Revolution

Sono passati quattro anni dal crollo del Rana Plaza a Savar in Bangladesh. Il 24 aprile 2013 morirono oltre mille persone ed il numero aumenta tragicamente se aggiungiamo i feriti. Il Rana Plaza era un edificio di otto piani in cui si trovavano banche, negozi e fabbriche d’abbigliamento. Come avrete sicuramente letto all’epoca, giorni prima si erano notate delle crepe sui muri ma per non subire ritardi sulle consegne gli operai non furono mandati a casa e quello che successe è storia.

Oltre la vergognosa vicenda del Rana Plaza, ogni giorno in qualche parte del mondo una donna, un uomo od un bambino stanno cucendo quello che indossiamo. Le condizioni lavorative sono pessime ed i salari bassi anche per lo stile di vita di quelle nazioni, non a caso si parla di schiavitù del nuovo millennio. Gli imprenditori e le multinazionali si sono sempre difese asserendo che fa parte del mercato cercare manodopera dove costa meno e che in fin dei conti grazie a loro questi paesi stanno uscendo da una estrema povertà. Io non ne sono così convinta, la realtà è che i mega profitti contano più di una donna piegata su una macchina da cucire per diciotto ore al giorno o peggio ancora di un bambino. I diritti umani hanno meno appeal di un bel paio di jeans su una modella.

C’è un’altra grande variabile da considerare nel mercato della moda, noi consumatori. Ammetto che spesso acquistare certi capi della fast fashion è l’unica strada possibile per determinati budget (anche se molti brand di lusso si servono dei nuovi schiavi) ed è per questo che ho piacere di parlarvi dell’iniziativa Fashion Revolution. Con l’hashtag #WhoMadeMyClothes potete chiedere ai brand che indossate chi realizza i vostri vestisti, in questo modi si spera di sensibilizzare anche le aziende. È bene riflettere sui materiali che sono stati utilizzati, il livello di impatto ambientale della produzione ed ovviamente le condizioni di lavoro degli operai. Una settimana dal 24 al 30 aprile in cui prendere coscienza dei nostri consumi nella speranza che diventi una consuetudine.