I segreti di Osage County

“La famiglia a volte può essere davvero fastidiosa” mio pensiero ricorrente durante la visione di I segreti di Osage County. Come ben sapete raramente scrivo di film appena usciti, mi piace gustarli sul divano mangiando gelato e commentando ad alta voce. La pellicola in questione è del 2013 ed ha un cast stellare: Meryl Streep, Julia Roberts Ewan McGregor, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis ed altri nomi importanti. La sceneggiatura è basata sulla pièce teatrale Agosto, foto di famiglia di Tracy Letts.

I segreti di Osage County è il ritratto di una famiglia, una come tante, normale all’apparenza ma che nasconde risentimenti, bugie e parole non dette. La Streep nei panni della nevrotica signora Weston è sublime, il tumore alla bocca la rende ancora meno amabile del solito ed i battibecchi con la figlia Barbara (Julia Roberts) sono da inserire nel manuale della famiglia disfunzionale perfetta. Ci sono poi le altre due figlie della matriarca, una l’opposto dell’altra, i nipoti, i generi, la sorella ed il cognato con il loro strambo figlio. Sono loro i personaggi che tentano in tutti i modi di tenere testa a Violet Weston, madre e moglie esemplare (almeno secondo il suo personale giudizio), il marito ha ben pensato di uscire di scena definitivamente.

I segreti di Osage County scorre tranquillo senza grandi colpi di scena, ma la sua bellezza è proprio in questo. La storia di ogni famiglia è fatta di qualche forte terremoto e di tante piccole scosse, in quei deboli movimenti si nasconde tanto. Sono proprio i segreti a sgretolare i Weston, fingere di essere felici non è mai una buona idea a meno che non si riesca a portare questi macigni nella tomba. Consiglio di recuperare questo film, è un ottima occasione per meditare sugli equilibri della propria famiglia.

13 Reasons Why ( spoiler alert)

13 Reasons Why  è la serie Netflix (tratta dall’omonimo romanzo di Jay Asher) di cui tutti stanno parlando e scrivendo, c’è chi la ama e ne consiglia la visione in tutte le scuole e c’è chi la reputa diseducativa. Io cosa ne penso? Credo che la storia di Hannah Baker sia quella di molti adolescenti del presente, del passato e molto probabilmente del futuro. Tralasciando il dramma della violenza vissuto dalla ragazza le altre tematiche sono molto comuni: perdita di un’amicizia, essere presi di mira da una voce messa in giro, senso di solitudine ed inadeguatezza e non riuscire a trovare una spalla amica su cui piangere.

La serie si concentra sul tema del bullismo, su come questo possa minare giorno dopo giorno la salute mentale di una persona, ma Hannah si è tolta la vita per questo? La ragazza, per quanto fragile, avrebbe potuto superare l’adolescenza ed i bulli della scuola senza la stoccata finale. La scena della violenza carnale è molto cruda ma trasmette benissimo il senso di impotenza vissuto in certi momenti, estraniarsi è l’unico modo per sopravvivere. Certo alcuni compagni di scuola di Hannah rappresentano il peggio della specie umana ma non credo che le generazioni precedenti siano migliori. Il bullismo, la violenza ci sono sempre stati, le uniche differenze con il passato sono due: ora si parla di bullismo per fortuna, si cerca di rendere visibile il fenomeno ma allo stesso tempo i bulli hanno nuovi mezzi a disposizione, i social networks sono un esempio. Le figure dei genitori e del personale della scuola sono quelle di sempre, disattente e non preparate.

Quello che mi ha colpito maggiormente di 13 Reasons Why è la lucidità con cui Hannah analizza la sua vita, riavvolgendo il nastro degli ultimi anni comprende da dove è partita la valanga che ha distrutto tutto. Hannah Baker dopo aver individuato i 13 motivi che l’hanno portata a decidere di togliersi la vita organizza una vendetta con i fiocchi. Dopo la sua morte le sette musicassette, dove la sua voce registrata racconta minuziosamente le esperienze vissute e come le 13 persone a cui sono indirizzate sono coinvolte, creeranno un bel po’ di scompiglio. Piano geniale che le permetterà di pareggiare i conti anche se troppo tardi. In conclusione posso affermare che la serie mi è piaciuta, oltre alla protagonista suicida gli altri personaggi sono tutti ben delineati. Nessuno è totalmente malvagio o buono, sono persone complesse e molto spesso perse, anche se ho intravisto uno spiraglio di speranza in Clay Jensen.

 

Cake

Jennifer Aniston è una delle attrici che amo di più, starei ore ed ore ad ammirare il suo volto anche in quelle commedie romantiche non sempre riuscite. Finalmente dopo anni dalla sua uscita, Cake risale al lontano 2014, ho visto la pellicola che avrebbe dovuto farle vincere un Oscar. Un premio non perché è stata imbruttita bensì per la toccante interpretazione.

Cake, diretto dal regista Daniel Barnz, è una storia di dolore. Tutto gira intorno al dolore fisico ed emotivo di Claire (interpretata da Jennifer Aniston) ed al suo tentativo di sopravvivere a questo. Le sofferenze continue dovute ad un incidente stradale la portano a consumare dosi industriali di antidolorifici al punto da arrivare a varcare il confine con il Messico per procurarsele illegalmente. A salvarla più di volta per fortuna c’è la governante messicana (la grande Adriana Barraza), l’unica che sopporta gli sbalzi d’umore e le stranezze di Claire. Il rapporto tra le due è commovente, supera le barriere sociali, economiche e razziali, diventando un’amicizia profonda e sincera. Quello che mette in moto il processo di guarigione della donna non è un evento straordinario ne tantomeno le sedute nel gruppo di sostegno, ma piccoli eventi. Il primo è l’incontro con il marito di Nina (Anna Kendrick), giovane madre suicida che frequentava lo stesso gruppo di Claire, il secondo i colloqui con il fantasma di Nina (presenza sarcastica e divertente), il terzo la ragazza scappata di casa che prepara la torta ricoperta di glassa al caramello.

Ho apprezzato questo film perché non c’è una storia straordinaria alle spalle, non c’è una visione mistica a salvare Claire o una persona che grazie ad un tocco magico le risolverà i problemi. Claire solamente accettando la morte del figlio riesce ad incamminarsi sulla strada della guarigione. Non ci viene detto se Claire riuscirà a stare effettivamente meglio e se i dolori che la tormentano diminuiranno, ma la scena finale promette bene: alza il sedile dell’automobile e decide di viaggiare seduta, cosa che non faceva da tempo preferendo rimanere sdraiata per soffrire meno. L’insegnamento di questo film: uscire dal dolore si può ma bisogna prima attraversarlo e poi aggrapparsi alla vita.

 

Before The Flood

Il documentario Before The Flood (in italiano Punto di non ritorno) con e prodotto da Leonardo DiCaprio ha partecipato al Toronto International Film Festival nel 2016 e potete trovarlo tranquillamente sul sito web della National Geographic. L’attore premio Oscar è da molto tempo interessato alla questione ambientale tanto da essere stato nominato nel 2014 ambasciatore Onu contro i cambiamenti climatici.

Before The Flood riesce nell’ardua impresa di scuotere le nostre coscienze? Voglio essere ottimista e rispondo di sì. DiCaprio ci prende per mano e ci spiega passo passo cosa sta accadendo alla Terra. Nell’abbondante ora e mezza del documentario viene mostrato come alcune forze politiche, le lobby energetiche e l’industria alimentare (l’olio di palma vi dice nulla?) confondano l’opinione pubblica sulla reale entità del disastro ambientale.

Come conciliare lo sviluppo economico, sopratutto in quei paesi dove questo significa uscire dalla povertà, con la sostenibilità ambientale? Scienziati, economisti, rappresentati di governi sostengono che sia possibile, il progresso tecnologico ci dà una via d’uscita ma è importante agire prima di arrivare ad un punto di non ritorno. Ammetto che durante la visione di Before The Flood mi sono sentita in colpa per il mio stile di vita occidentale, quasi ogni mia azione produce inquinamento, anche il computer con cui sto scrivendo ha avvelenato l’ambiente durante la sua fabbricazione. La domanda che dobbiamo farci è: “Quanto siamo disposti a cambiare per non distruggere il Pianete Terra?” .