Il silenzio della pioggia d’estate di Dinah Jefferies

Il silenzio della pioggia d’estate di Dinah Jefferies è il romanzo perfetto per questa calda stagione: un paese lontano, un amore esotico e la voglia di sognare. Ambientato nell’India degli anni trenta, precisamente nella regione del Rajputana, Il silenzio della pioggia d’estate è ben più di una storia d’amore.

Eliza Fraser è una giovane vedova in cerca di un’ occasione per diventare una fotografa professionista e quando il momento giusto arriva lo coglie al volo. Dall’Inghilterra deve trasferirsi per un anno in India, suo compito è documentare la vita nel Principato di Juraipore. Proprio all’interno delle mura del palazzo reale conosce Jayant Singh Rathore, fratello del principe, e da quel momento tutto cambia. I due, pian piano, si conosco meglio e l’amore non può fare a meno di nascere. Ovviamente non è tutto rose e fiori, lei non è una nobile indiana e lui non è inglese, grosso problema per l’epoca. Tra intrighi di palazzo, questioni politiche e gelosie  i due tentano di superare i tabù del tempo.

Perché è da leggere Il silenzio della pioggia d’estate? Prima di tutto perché Dinah Jeffereis sa come portare in luoghi ed epoche lontane, le descrizioni del Principato e delle terre indiane sono un esplosione di colori e  odori. Inoltre il contesto storico e politico sono ben descritti, si parla del difficile rapporto tra inglesi ed autoctoni e del seme dell’indipendenza che in India stava crescendo inesorabilmente. In primo piano ci sono Eliza e Jayant, che lottano non solo per amarsi ma anche per un società più giusta (Eliza si stupisce più volte dell’estrema povertà che vede intorno a sé, ben lontana dai fasti principeschi). Sullo sfondo ci sono l’India, con  le sue differenze culturali e religiose ed il movimento anticoloniale.

 

L’estate in un vasetto di marmellata

L’arrivo dell’estate porta con sé diversi profumi e tra questi c’è quello della marmellata che cuoce sul fornello. È un rito che si consuma ogni volta, quando arriva la bella stagione la cucina si riempe di frutta. Ciliegie, fragole, pesche, amarene, albicocche e poi i fichi, pronti per trasformarsi nella più golosa delle ricette.

In molte famiglie, come la mia, la marmellata è una tradizione. Tre, quattro persone sedute al tavolo a tagliare la frutta, mentre il più esperto misura le dosi di zucchero e acqua necessari per la cottura. Nel frattempo si chiacchiera, a volte nascono piccole discussioni, si prepara un caffè fino a che non arriva il momento di versare il composto nei vasetti. Mentre si tiene tra le mani il vetro caldo già si pregusta la marmellata sul pane o come farcitura di una bella crostata, e le facce di parenti ed amici sorridenti per il piccolo dono.

Certamente tutto questo potrebbe essere sostituito da un vasetto di marmellata acquistato al supermercato, più veloce e pratico. Nulla però supera la magia, oltre la bontà, di una marmellata casalinga. Purtroppo non sempre è così, ci sono marmellate casarecce che nessuno dovrebbe avvicinare alle proprie labbra! Sbagliare è umano, forse la prossima volta è meglio controllare le dosi e stare attenti alla cottura, la fase più delicata dell’intero processo. La mia ricetta? Segreto di famiglia, da tramandare gelosamente di generazione in generazione.

Non sono sicura che il motto “la felicità sta nelle piccole cose” sia del tutto vero, ma forse trovare della marmellata fatta con le proprie mani sul tavolo in un mattino d’inverno si avvicina alla felicità. I ricordi si fanno vivi, il cielo d’estate sembra prendere il posto del grigiore invernale e un sorriso illumina il viso.

Il diritto alla felicità

Abbiamo tutti diritto alla felicità? Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti si legge:  “Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità”.

Soffermandomi sulle parole “la ricerca della felicità” mi sono chiesta se effettivamente sto cercando la mia personale felicità e se tutti abbiamo diritto a trovare il nostro angolo di paradiso. Io non parlo di un diritto semplicemente scritto sulla carta, bensì di una possibilità reale. Per fare in modo che ciò avvenga dovrebbero essere eliminati o almeno ridotti gli ostacoli di ordine economico e sociale, in poche parole servirebbe una società più equa e giusta. Da questa prospettiva la felicità è legata al denaro, alle possibilità economiche ed alle posizioni lavorative, nulla di spirituale insomma.

Cos’è la felicità? È la possibilità di spendere in quello che ci piace oppure ottenere il lavoro dei nostri sogni? Avere una famiglia o ritirarsi su un’isola deserta? Credo sia impossibile definire la felicità, può essere tutto ed il contrario di tutto, sempre se ci stacchiamo dalla vita preconfezionata che ci vogliono vendere. In questo contesto non mi interessano parametrici economici che indicano un nesso tra PIL pro capite e felicità, io parlo della libertà di essere noi stessi. A volte sono convinta che quello che sto rincorrendo non sia la mia personale ricetta della felicità ma quello che è ritenuto tale, si confondono i propri desideri con quelli degli altri. Aneliamo tutti alla felicità ma spesso pensiamo di non meritarla e mettiamo da parte la parte più autentica di noi stessi insieme a tutti i nostri sogni.

Witness di Katy Perry

Katy Perry, come scritto già in passato, è la pop star che più mi fa simpatia ed ero davvero curiosa di ascoltare la sua ultima fatica. Witness, disponibile da ieri ovunque,  vuole essere l’album della maturità ed in parte ci riesce. I giudizi letti sono discordanti: da una parte c’è chi rivuole indietro parrucche colorate e costumi caramellosi, dall’altro lato c’è chi si aspettava testi più politici, come se l’aver appoggiato Hillary Clinton la rendesse in automatico un Bob Dylan dei nostri giorni. Nel mezzo c’è chi reputa Witness un buon album pop, dove Katy Perry sperimenta suoni nuovi, ma non aspettatevi David Bowie.

Sono solo canzonette? Sì e credo che in questo non ci sia nulla di riprovevole. Certamente la Perry è cresciuta, i suoi interessi si sono allargati (vedi politica e diritti umani) ed è giusto che utilizzi la sua posizione privilegiata per portare l’attenzione su determinati temi, ma da qui ad aspettarsi un album alla Joan Baez ce ne passa.

Da semplice fruitrice di musica e non nelle vesti di critico, trovo Witness un album pop piacevole, tracce come Bigger Than Me (scritta per la Clinton), Miss You More, Pendulum, Save A Draft danno un’immagine più adulta di Katy Perry. Se sarà un flop oppure no poco importa, è da apprezzare il tentativo di evolversi. E se la svolta “impegnata” fosse solo l’ennesimo travestimento? Difficile dare una risposta, tutto può essere, nel frattempo prendiamo le cuffie e mettiamo in stand-by il cervello.

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